Politiche inglesi – 6 Lezioni di democrazia

di S.Murtas

Se ce ne fosse bisogno, le elezioni politiche inglesi hanno ricordato a tutti il primato dell’Inghilterra, la più antica democrazia del pianeta. Antica si, certamente non vecchia!

Una lezione di partecipazione popolare, ferocia competitiva – non si sono risparmiati colpi bassi in campagna elettorale – stile e, a giochi fatti, onestà intellettuale.

  1. I numeri parlano. Quando tutti parlavano di apatia dell’elettorato, i risultati hanno confermato una partecipazione del 66% in tutto il Regno Unito – in linea con i dati delle politiche precedenti – del 71% nella sola Scozia, e picchi di oltre il 75% e in alcune circoscrizioni, o “constituencies” come le chiamano qua.

Il che suggerisce che l’interesse, la partecipazione e il senso di responsabilità del popolo di Sua Maestà sono vissuti con forza, e i diritti/doveri del sistema democratico tutt’ora percepiti come fondamentali.

E la percentuale di astensionismo non trascurabile? In parte può essere riconducibile ad un senso di non rappresentanza, un voto di protesta, soprattutto tra le nuove generazioni. Ma qua, anche un non voto, ha un valore politico forte, che nessun leader di partito prende alla leggera.

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2015 UK GENERAL ELECTIONS (source BBC.com)

  1. Magnanimi nella vittoria. Il messaggio d’insediamento di Cameron al N.10 di Downing Street dopo aver registrato l’inaspettata, stracciante vittoria sui principali rivali del partito laburista (vittoria che ha regalato ai Tory la maggioranza del parlamento senza il ricorso ad una coalizione) appartiene alla più tipica delle tradizioni anglosassoni.

Reso celebre dall’eroe nazionale Winston Churchill, il principio di magnanimità nella vittoria è stato ripreso da Cameron come base per l’avvio del suo secondo mandato. Riconoscendo il valore degli avversari – l’ex compagno di coalizione Nick Clegg dei liberal democratici e del leader laburista Ed Miliband – parlando di un governo del Regno e non della nazione, e confermando la necessità del processo di devoluzione che darà maggiori poteri ai parlamenti di Scozia, Galles e Irlanda del Nord, per lo sviluppo futuro del Regno Unito, Cameron esce dalla retorica e fa concessioni all’elettorato dell’opposizione, assumendosi pubblicamente la responsabilità di risponderne durante il suo mandato.

  1. Potere al popolo. Se c’è una cosa che si evince chiaramente dalla vittoria schiacciante del SNP (Scottish National Party) in Scozia – 56 i seggi conquistati su 59 rimpiazzando i laburisti – è l’importanza della volontà del popolo nel determinare il corso delle elezioni e l’attualità del processo di devoluzione. Se l’indipendenza dal Regno Unito bocciata nel referendum del 2014 è stata ritenuta extrema ratio dalla maggioranza degli scozzesi, il voto del 7 maggio ne ha confermato la determinazione ad ottenere un maggiore controllo sugli affari di casa propria e pari opportunità di sviluppo rispetto al ricco sud e alla capitale, cosa che neppure i laburisti, storicamente molto forti in Scozia, sono riusciti a garantire. E per questo sono stati puniti! In questo caso, il popolo si è dimostrato realmente sovrano (scusate il gioco di parole).
  1. Pragmatismo sinonimo di maturità. L’ovvietà che il Regno Unito sia una democrazia compiuta e matura sembra ridicola da sottolineare, visto che la data di fondazione del suo sistema parlamentare si fa risalire a metà del 1600… eppure questo dato di fatto viene continuamente rinnovato dal pragmatismo tipicamente anglosassone.

Ricordo ancora lo stupore (tutto italiano) che provai durante i miei studi nell’apprendere che Winston Churchill (si, ancora lui!) fu messo da parte – o trombato come diremmo oggi in Italia – nelle elezioni politiche del ’45, alcuni mesi dopo aver portato il Regno Unito e gli alleati a sconfiggere il nazi-fascismo e a concludere vittoriosi la II guerra mondiale.

Quale affronto e mancanza di riguardo nei confronti del grande statista, pensai.

In seguito capii che si trattava semplicemente di un servitore del popolo che aveva portato a compimento il proprio mandato raggiungendo l’obiettivo (vincere la guerra) e che le esigenze del Regno erano cambiate. Lavoro, case e un servizio sanitario nazionale moderno erano le priorità nel dopoguerra, e ad includerle nel proprio programma furono i laburisti, che perciò vennero premiati con la guida del paese.

Allo stesso modo oggi i laburisti sono stati annientati in Scozia perché ritenuti incapaci di rappresentarne le esigenze, e nel resto del paese, che ha creduto nel programma di Cameron, più in linea con le aspettative di crescita e risanamento presenti nel paese. Come a dire che le esigenze del paese e del popolo vengono prima di qualsiasi bandiera ideologica.

  1. Nessuno è indispensabile. Forse la lezione più utile per il sistema Italia viene dalle dimissioni dei tre leader perdenti Miliband, Clegg e Farage dopo aver registrato la débâcle del proprio partito – tutti tranne Farage del UKip che ha incassato il 12,6% con quasi 4 milioni di voti, guadagnando oltre il 9% rispetto al 2010, non tramutati però in seggi per via del sistema elettorale maggioritario uninominale che premia soltanto chi vince la propria “constituency”, chiamato “first-past-the-post”.

In un paese nel quale non ci si dimette nemmeno se inquisiti può sembrare una follia (o un miracolo, a seconda dei punti di vista). Mancanza di passione, determinazione e convinzione nelle proprie idee, si potrà pensare.

In realtà nel Regno Unito si tratta quasi di una regola non scritta. Chi perde in genere si assume le responsabilità della sconfitta, dà le dimissioni lasciando campo a forze nuove e idee che probabilmente sono rimaste inesplorate o marginali nel partito. Questo perché si è consapevoli del fatto che, in fin dei conti, nessuno è indispensabile (i nostri politici ultrassessantenni affetti da delirio di onnipotenza con varie sconfitte elettorali all’attivo staranno ringraziando il cielo per essere nati nel Belpaese).

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2015 UK GENERAL ELECTIONS (source BBC.com)

  1. Niente isterismi. Settimane di (dura) campagna elettorale non hanno esacerbato gli animi. Né quello dei diretti interessati, né quello dei propri sostenitori. Nessun isterismo, nessun eccesso che trascende in insulto, nessuna partigianeria ideologica aprioristica, nessuna demonizzazione dell’avversario. Se da noi i cosiddetti dibattiti sfociano spesso, se non sempre, nel grottesco, e si evocano tribunali (della storia e non) per demonizzare l’avversario, la pacatezza del dibattito politico britannico, sia che coinvolga i leader di partito, i militanti politici o i comuni cittadini, è una boccata d’aria fresca.

La sera delle votazioni, gli “election parties” organizzati da gruppi della società civile e dell’imprenditoria che raggruppano sostenitori di tutte le forze politiche, sono stati per me una sorpresa, ma in realtà sono una tradizione ben consolidata che consente di seguire l’esito del voto e confrontarsi in un ambiente gioviale.

E la quasi totale indifferenza della società civile all’esito del voto, senza plebisciti di piazza o contestazioni, dà la misura di come il processo elettorale venga vissuto: un passaggio la cui importanza risiede nella necessità della continuazione di un sistema democratico compiuto, non fine a se stesso bensì fondato sul progresso economico, sociale e culturale della nazione.

Un’ultima riflessione: com’è possibile che in un paese di oltre 64 milioni di abitanti (qualche milione in più dell’Italia) si voti il giovedì e la mattina seguente, a meno di dodici ore dalla chiusura delle urne, ci siano i dati ufficiali?

La prassi italiana del weekend trascorso ai seggi, dei dati che tardano ad arrivare e degli strascichi ideologici post-voto sembra più che mai anacronistica…

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